Sin dalle prime fasi di sviluppo, viene data una notevole importanza ai progressi motori, a quelli cognitivi e al raggiungimento delle varie autonomie del bambino. Spesso, però, questa stessa attenzione non viene posta alla sfera emotiva, dimenticando che è proprio essa a consentire l’integrazione di quel complesso sistema che è l’individuo.

Ma cosa sono le emozioni?

Le emozioni sono risposte adattative dell’organismo alle sollecitazione ambientali. Sono segnali fisiologici, indipendenti dalla nostra volontà, che il corpo e la mente ci inviano per metterci in guardia da un pericolo, farci partecipare a qualcosa di bello o aiutarci a prendere una decisione.

Le emozioni primarie (rabbia – tristezza – disgusto – paura – sorpresa – gioia) rappresentano la struttura di tutta la nostra esperienza emotiva, il modo di esprimerle e riconoscerle attraverso la mimica facciale è uguale tra differenti culture.

Imparare a identificare le emozioni, distinguerle, conoscerle per poterle vivere e gestire con maggiore tranquillità sono competenze emotive fondamentali per ogni bambino. Dare un nome a ciò che sta avvenendo in lui lo aiuterà poi, non solo a conoscere le emozioni ma a riconoscerle in se stesso e negli altri, in un allenamento che durerà tutta la vita.

I bambini, però, non sono in grado di dominare le loro emozioni perché il loro cervello è ancora in fase di maturazione. Essendo piccoli, non sanno ancora fare ipotesi, prendere le distanze o proiettarsi nel futuro. Il pensiero del bambino presenta modalità e processi profondamente diversi da quelli dell’adulto, ha una sua logica egocentrica e magica. Gli esperti definiscono “prelogica” questa fase del pensiero. Essendo facilmente travolto dai suoi affetti, ha dunque bisogno dell’aiuto dell’adulto per trovare la via d’uscita. D’altra parte, cerca in modo del tutto naturale di dare un senso a ciò che vive, e lo fa con i mezzi a sua disposizione. Interpreta ciò che accade a modo suo, sulla base delle informazioni incomplete e talvolta deformate di cui dispone; di qui l’incomprensibilità agli occhi degli adulti di molte reazioni infantili.

Cosa possiamo fare noi adulti?

Il bambino vede il mondo con i suoi occhi, guardiamoci dal giudicare le sue reazioni. Ascoltiamolo innanzitutto. Cerchiamo di identificare ciò che vive, come associa le cose, ciò che sente e ciò che dice a se stesso.

È nelle fasi precoci che si pongono le basi allo sviluppo emotivo del bambino e qui il ruolo dell’adulto come mediatore e contenitore delle emozioni è fondamentale.

L’intervento dell’adulto serve al bambino per comprendere cosa gli sta accadendo e per sviluppare fiducia verso l’altro; l’accompagnamento del genitore permetterà al bambino di interiorizzare tale fiducia e lo renderà via via autonomo nella regolazione emotiva.

Il bambino impara soprattutto dai genitori. L’atteggiamento, le aspettative, le parole (anche quelle non dichiarate apertamente), la fiducia riposta nelle capacità del bambino, possono avere un gran peso nella crescita,  sostenendo o impedendo, facilitando o ostacolando qualsiasi azione conoscitiva. Dire ad un bambino “non ti arrabbiare!” “non si piange per così poco!” “Non aver paura, non è niente!”, sono affermazioni che non danno riconoscimento a ciò che il bambino sta provando in quel momento. Se un bambino piange, si arrabbia o prova paura, qualcosa lo ha provocato; non possiamo negare o disconoscere l’emozione che sta provando in quel momento, sarebbe come non riconoscere lui stesso. Spesso questi interventi vengono fatti perché è l’adulto che entra in contatto con un’emozione che per lui è “difficile” da tollerare. Quindi, per poter accompagnare un bambino nel suo sviluppo emotivo, è importante che prima di tutto sia l’adulto a “fare i conti” con il suo rapporto con le emozioni. I bambini ci osservano continuamente e per loro i genitori sono le figure nelle quali ripongono il massimo della fiducia. Cosa mostriamo rispetto le nostre emozioni? ne parliamo? Le nominiamo? Come le gestiamo? I bambini impareranno molto proprio dagli esempi che avranno di fronte. Se diamo noi per primi spazio alle nostre emozioni, loro impareranno a darne. Un altro aspetto molto importante riguarda ciò che ha scatenato una nostra reazione. I bambini piccoli, come accennato prima, hanno una visione egocentrica del mondo, vedono le cose dalla propria prospettiva e tendono a percepirsi responsabili di ciò che accade intorno a loro, anche di quello che provano i loro genitori. È importante, quindi, verbalizzare e spiegare i motivi perché mamma o papà sono tristi, felici, arrabbiati o spaventati, soprattutto se ciò che ha determinato tali vissuti non riguarda direttamente i nostri bambini.

Rispettare le emozioni di un bambino significa permettergli di sentire chi è, di prendere coscienza di se stesso in quel preciso momento. Significa considerarlo un soggetto unico, consentendogli di mostrarsi diverso da noi, una persona che ha il diritto di rispondere in modo del tutto autonomo alla domanda: chi sono? Significa anche aiutarlo a realizzarsi, a costruire il suo passato e immaginare il suo futuro, a prendere coscienza delle sue risorse, delle sue forze come delle sue fragilità.

Wilma Zonca

Psicologa Perinatale – Psicoterapeuta

Vicepresidente dell’Associazione culturale ma.ma

www.accudimentoneonatale.com

fb.me/psicologazonca

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